“DIO NON è MAI MORTO”

Aggiornamento: giu 18


Era sul balcone di camera sua, fumando una mozzicone di sigaretta di tabacco girata a mano e lasciato lì il giorno precedente. Era un suo vizio, iniziare una sigaretta fumarla per meno di metà e lasciarla dove capitava ( assieme a quello di chiedere qualche “tiro di sigaretta” agli amici che proprio non lo capivano e gliene offrivano una intera). Non amava finirne una intera, lo appesantiva troppo, ma adorava le prime 4-5 boccate che si possono fare dopo aver mangiato a sazietà e aver la pancia piena oppure bevuto un bicchiere di vino. E la cosa che lo divertiva ancora di più era disseminare la casa di mozziconi, dimenticarsene e poi riscoprirli chissà quanto tempo più tardi. E quel momento misto di dipendenza tabagista e stupore della riscoperta lo rendeva sempre allegro ed entusiasta. E a dirla proprio con le sue parole “ la sigaretta del giorno prima è più saporita, è come quelle pietanze che vanno fatte riposare per un po di tempo”. A volte erano capitate anche delle sfortune, che quei mozziconi si fossero bagnati dopo una pioggia e riasciugati al sole, allora acquistavano un sapore davvero tremendo, ma era piccoli incidenti di percorso che valeva la pena patire ogni tanto.

Guardava in alto ai pochi e fiochi brillii delle stelle che erano offuscate dall'inquinamento luminoso del quartiere. Il cielo era blu opaco e le nuvole acquistavano una luminescenza arancione dovuta a qualche strano fenomeno fisico di riflessione.

“Le stelle” pensò “ nell'oroscopo sono le case degli Dei, certo non male come abitazione, potrebbero farsi spedire i libri da Amazon e nell'indirizzo scrivere “ Via Lattea, costellazione settentrionale Cassiopea, alla miliardesima stella sulla sinistra girato l'angolo dopo il buco nero” Sorrise “ Ci metterebbero come minimo tre settimane luce anche con la spedizione veloce. A me non arrivano mai prima di venti giorni”.

Tra una presa in giro e l'altra intuì che avrebbe potuto interrogare riguardo l'arte e la sua funzione una divinità. In fin dei conti, sin dai tempi antichi, si ricorreva se non alle divinità almeno all'aiuto delle muse per iniziare a scrivere un grande poema, nessuno glielo vietava e l'idea lo eccitava moltissimo.


“Dove si incontrano gli dei?” “sull'olimpo” si rispose da solo e sorrise ricordando gli episodi di un cartone animato chiamato Pollon.

Pollon era una bambina riccioluta e bionda che andava scorrazzando sul monte Olimpo, contornato da tante nuvolette bianche. Voleva diventare una Dea a tutti i costi, aveva fatto un patto con Zeus e ne combinava di tutti i colori nel pantheon greco, pur avendo le migliori intenzioni possibili.

Ma la frase che gli generò una grossa ilarità era il ritornello della sigla di apertura : “ Sembra talco ma non è, serve a darti l'allegria! Se lo assaggi o lo respiri ti da subito l'allegria”

“ Che la soluzione per incontrare gli dei fosse proprio in quella frase enigmatica? Bisognava trovare una polverina bianca simile al talco, che si respira e si assaggia e subito ti dona l'allegria giusta per entrare nell'olimpo! Tutti nell'olimpo sono allora molto allegri!”

Forse che tutti gli spacciatori nord-africani che trafficavano sotto casa sua e in tutto il quartiere avevano sempre avuto in tasca la soluzione all' irraggiungibilità del divino.

E quanto era stato stupido e sgarbato tutte le volte che lo fermavano per vendergli quel magico prodotto, se ne andava via stizzito e annoiato per l'insistenza. Che sciocco!

Iniziò addirittura ad utilizzare battute filo-razziste per sdrammatizzare la situazione in cui quei poveri individui erano costretti a sopravvivere.

Quella sera però non aveva gran voglia di pippare una o due strisce di cocaina, sol per farsi una chiacchierata sull'olimpo in allegria con una divinità. Ci aveva messo troppo impegno e tempo per smettere di fare uso di sostanze stupefacenti e mandare tutto all'aria.

Decise allora di leggere simbolicamente la chiave di apertura dei cieli che quel cartone così strampalato innestava nelle testa dei giovani bambini.

“Anzitutto bisogna entrare in uno stato alterato, essere allegri dopotutto! Dare una sferzata alla monotona quotidianità che sempre si ripete.

Sono bravissimo a sballarmi solo col corpo”

L'aveva imparato guardando i bambini giocare a giro-giro-tondo, quando non ci sono i genitori, turbinano così velocemente seguendo il loro cerchio immaginario, fintanto che non cadono per terra con la testa confusa ed il cuore che batte all'impazzata in uno stato non ordinario di coscienza.

In quegli istanti davvero “casca il mondo e casca la terra” fino a quel momento conosciuti, e si ritrovato tutti “giù per terra” ad avere visioni, in chissà quali altre dimensioni. Sono rituali che passano inosservati dal mondo degli adulti e si nascondo in giochi e filastrocche dei più piccini. Giungono da antichissime tradizioni orali di cui abbiamo perso la memoria e ne rimangono solo tracce in tutto ciò che crediamo sia sciocco, infantile e di cui non domandiamo mai il perché.

I. gettò vari cuscini per terra assieme al materasso tentando di creare un barriera soffice dove poter cadere senza farsi del male.

Prese un bel respiro e iniziò a vorticare incontrollato, a scuotersi dalla testa ai piedi, a rigirarsi su se stesso in maniera convulsa. Nella mano destra stringeva una pietra, gli sarebbe servita come ancora.

Rapidamente il mondo intorno a sé si fa sempre più schizofrenico, i limiti delle cose si confondono l'uno nell'altro, i colori si fondono brillanti senza perdere il proprio carattere e lo spazio e le forme si incrinano in una malleabilità onirica. Era il momento di non arrendersi e spingere ancora più ferocemente il corpo oltre i propri limiti.

Iniziò ad emettere suoni insensati.

Cadde a terra. Colpì con la testa il pavimento proprio in uno degli spazi che si ritagliavano tra un cuscino e l'altro. Fu un completo black-out.

La presa della mano si allentò lasciando la pietra scivolare leggermente.

Si ritrovò in uno spazio quasi vuoto, gli parve di avere una vista a 360 gradi. Nascondeva qualcosa nella mano destra. Aprì la mano.

“ è un dado a sette facce, con simboli inspiegabili. Non sono più nel mondo quotidiano” si accorse di essere in uno stato di trans e prese coscienza di trovarsi in uno spazio onirico “l'ancora ha funzionato; meglio se me la tengo stretta, stretta”. In quei non-luoghi il pericolo di perdere la propria attenzione e cadere in un sonno profondo è dietro l'angolo, a questo serve l'ancora. A ricordarsi continuamente di sé.

“Cosa sono venuto a fare qui? Ho dimenticato lo scopo” succede spesso di perdere tantissime informazioni durante questi passaggi sia in uscita che in entrata. Viaggiamo sempre nei mondi, ma la cosa assai difficile è esserne ponte.

Fortunatamente gli venne incontro il suo animale guida. In quel periodo era una tigre. Dopo i primi incontri era diventata molto dolce e affettuosa. Le prime volte invece non faceva altro che ruggirgli contro, mostrando i denti a sciabola in segno di sfida. Era crucciata dal fatto che I. avesse negato la sua parte più violenta e ferina per tanto tempo. Ora però andavano molto d'accordo.

E le dedicò una poesia:

Danza la tigre

sotto il cielo stellato

i pini

e il bosco incantato

schiaccia le membra

dell'uomo immaginato.

nel mondo di sotto

ogni fiera

in mezzo si mostra

silente maestra

e svela

fierezze sopite

negli animi tiepidi

e nello sguardo grida

aggredisci la vita


Le saltò in groppa, sentiva il suo pelo morbido e fluente tra le cosce e si lasciò cullare in quell'infinita chioma di seta giallo-arancio. Si stese di pancia sotto sul suo dorso e strinse con vigore il collo di quell'essere senza riuscire a chiudere la circonferenza delle braccia. Quasi si perse nel suo pelo. Un giro a manopola spalancata su una Ducati Monster lungo un rettilineo di un'autostrada, in confronto era tornare bambini e farsi cullare tra le braccia e i seni morbidi della mamma.

La tigre balzò, ma non toccò più terra. Se ne fregava dei limiti newtoniani. Iniziò a volare. In poco tempo (I. ci aveva fatto il callo) lo spazio tutt'attorno divenne color indaco con tutti filamenti luminosi che si accedevano e spegnevano. Erano dei viaggi rapidissimi della durata di mezzo battito di ciglia che lo avrebbero portato nel luogo designato dalla sua guida.


Poggiò i piedi su una sabbia molto calda quasi scottante, a sinistra si apriva un mare appena sfiorato dal vento, che ne increspava la superficie creando forme e disegni. Da lontano erano forme geometriche floreali, ma più lo sguardo vi scrutava dentro, più diventavano asimmetriche, disordinate e caotiche fino a scomparire del tutto.

A destra delle rovine. Colonne bianche. Avevano il sapore di Grecia.

Un “ A- ah” gli attraversò la testa. Finalmente ricordò tutto. Tornò a guardare la sua ancora ora si era trasformata in uno “Smile” giallo.

“ Sono qui per incontrare una divinità...”


Apparvero dei piedi sporchi e bitorzoluti. Tutti storti e protetti da un corteccia inimmaginabile di calli. Erano sicuramente piedi di un gran camminatore. Avevano impressa nella carne, in ogni graffio, ruga, macchia, creste di ossa e deformazione, la descrizione di un viaggio mitico.

Avevano fatto il giro del mondo in lungo e largo.

Una tunica bianca lasciava scoperte e caviglie. Era fatta di un cotone molto spesso, quello dei sacchi. Sgualcita e sudicia.

Le mani grandi come due palanche.

Ed il volto che I. non dimenticherà mai per tutta la vita.

Il volto della Pazzia.


Sarebbe potuto sembrare un pitocco se non per il fatto che emanasse uno splendore così forte, che lo rendeva fastidioso allo sguardo. Quasi fosse un sole di follia. Da cui bisognava riparasi gli occhi con la mano.


E dietro quella divinità si scorgeva un seguito dei più strampalati possibili. Animali, fiere, mostri, nani, zoppi, bestie mitiche, deformi, insetti, donne e uomini grassissimi e rotolanti. Full, pagliacci , satiri, idioti, musici magrissimi e slanciati verso l'alto. Donne nude e pelosissime.

Un'accozzaglia di smorfie, bruttezze e insensatezza.


Era di fronte a Dioniso.

La tigre si andò a rannicchiare ai piedi del dio.

I. traboccante di iubris, senza farsi scappare l'occasione:

“Che cos'è l'arte Dioniso?”


Lo fissò troppo allungo in quegli occhi indescrivibili.


“ahahahahhahahahahahahhahhahahahahahahahhahahahahaahahahah”


Il dio scoppiò in una risata così fragorosa e gutturale da contenere in sé i suoni delle interiora della terra.


I. scoppiò a ridere.

E da allora non smise più.

La follia l'aveva accecato per sempre.


Bevvero e banchettarono e si unirono in orgie, lui il Dio ed il suo seguito.



Rinvenne col fiatone e tutto sudato nella sua stanza.

Aveva un sasso in mano.

Un dolore lancinante gli spaccava la testa. Non capiva cosa fosse accaduto e non ricordava nulla.


Ma non riusciva a smettere di ridere.



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