EROTICO SENZA PAROLE

EROTICO SENZA PAROLE

EROTICO SENZA PAROLE

Tutto il corpo di lei è bagnato da un sottile strato di sudore e scintilla a goccioline sotto i raggi del sole che riescono a penetrare dalla persiana. Pare rugiada al mattino.
E come in mezzo ad un bosco si respira quell’aria fresca ed umida mista all’odore della terra, tanto il suo corpo odora di natura selvatica.
Sul collo si possono avvertire le altezze dei cieli, sotto le braccia e lungo i seni ascoltare il cinguettio degli uccelli appena svegli; la pancia levigata sprigiona il calore di una roccia marina sotto al sole d’estate, ove si crogiolano paguri e granchi. Le gambe tessute di fiori profumati, ronzano come campi in primavera assediati da api. I piedi son fatti di ciuffi d’erba intrecciati. Le mani di terra. La bocca di frutta spaccata.
Il volto e i capelli appartengono ad una donna che si crede umana.
A lei piace farsi chiamare Alice.
Il suo non è un semplice corpo ma una geografia di sensazioni mutevoli. Una mappa pericolosa e lunatica della natura: un giorno ti ama, si dona, ti accoglie senza riserve, si lascia contemplare nella sua bellezza ed il giorno seguente può spazzarti via per capriccio, con un sorriso.
È senza memoria.

I. è intento a mordicchiargli la pancia e a giocherellare con il piercing dell’ombelico e non ha nessun timore difronte a quell’ignoto, protetto com’è dalla sua incoscienza.
Ora immerso nei suoi ricordi e, più precisamente, nel momento in cui è caduto innamorato di quella giovane ragazza. Stavano trascorrendo con una comitiva di amici una giornata di mare e si conoscevano a malapena.
I. dopo un bagno durato troppo a lungo e con le mani segnate di rughe più del volto di un centenario, stava uscendo dall’acqua, quando si accorse di un’unica, piccola azione e tergiversò.
Alice, senza farsi notare da nessuno, aveva scrollato al vento il suo asciugamano dalla sabbia e poi riposto nella stessa posizione disordinata di prima, fingendo che l’asciugamano fosse sempre stato lì, pulito.
I. si asciugò dall’acqua marina come mai prima di allora.
Si rese conto che nessuno si era mai preso cura di lui in quel modo.

Quel giorno si innamorò.

Alice ora è adagiata a cucchiaio, stesa sul letto con il volto in direzione della parete, lontana dal suo amante, riposa e gode ancora del suo corpo e dei piaceri che l’hanno attraversato.
“ Chissà, crede che sia fatta di carta pesta o porcellana. Agli uomini piace immaginarci fragili e deboli, così che si possano sentire forti e virili. È da centinaia di anni che glielo faccio credere. Forse sbaglio, ma se mostrassi apertamente tutti i miei desideri, le passioni ed i tumulti che ho dentro, li farei correre via con la coda fra le gambe… non mi sopporterebbe intera..”
L’aveva presa con forza ed energia. Questo le piaceva molto e la faceva sorridere perché per quanto la volesse possedere, non le avrebbe mai fatto del male o provocato dolore. Era troppo gentile. Però la sua parte masochistica era rammaricata, avrebbe voluto molto di più: che superasse quel confine immaginario tra piacere e dolore, sul quale il suo amante tentava di fare l’equilibrista.

I., nel frattempo, distante meno di mezzo metro, nudo e a pancia verso l’alto, giocherella incurante con i testicoli e si accarezza le cosce.
Mentre tamburella sulla pancia a ritmo, si stiracchia, si trastulla con le parti intime e si lascia andare a impulsi irrazionali che simili a scosse elettriche lo attraversano e gli causano movimenti spastici e incoerenti.
Un unico pensiero gli ronza fastidioso nella mente e non riesce a scacciarlo via; si appoggia come una mosca insistente tra le pareti della sua immaginazione: “ devo concludere i miei racconti. Ma come?”.
Ora per fortuna stava tornando l’eccitazione e il desiderio di conoscere il corpo della compagna, aveva offuscato completamente le sue capacità razionali. Gli occhi in queste occasioni gli si appannano, le palpebre diventano calanti e un leggero torpore gli avvolge il viso.
“ Questa volta non mi trattengo”
Scivola la mano lungo la coscia di Alice, fino a toccare la piega che la divide dal fondo-schiena. Ha un culo spettacolare. Le stringe con violenza il gluteo.
Alice è incuriosita perchè sente che qualcosa è cambiato nell’aria e si lascia trasportare.
La fa mettere prona e con entrambe le mani, le stringe le anche spingendo con i pollici sulle fosse di venere. La trattiene. E con la mano destra si fa spazio tra le gambe, mentre lei finge di opporsi. Le dita si muovono rozze all’interno del suo corpo.
Un desiderio ferino avvolge entrambi.
Inizia così una danza di morsi, pugni, carezze, graffi simile al gioco tra due giovani tigri che non si rendono conto della loro forza. E poi ancora dita in bocca, parolacce e mani al collo per soffocare. Le lecca le labbra.
Le bocche saggiano ogni parte del corpo e ogni suo umore, succhiando fino a far male e lasciano lividi sulle pelli, come marchi di proprietà.
Gli occhi di lei sono umidi, le labbra abbandonate e tremanti e le guance tinte di un rosso paonazzo.
I. la prende per i capelli, le schiaccia il volto contro il muro con forza.
I corpi ora si muovono convulsi e impazienti dell’atto che stavano tanto procrastinando, i seni sono turgidi, le labbra umide e ogni parte del corpo si tende…

“Non posso continuare” I. interrompe improvvisamente la magia del momento.
“Smettila e non dire cazzate, è la volta più bella…” è incredula.
“Continua tu con la tua immaginazione io proprio non…” dice con una punta di fallimento tra le labbra.
“Non rovinare tutto proprio adesso” molto dispiaciuta.
“ Non che non voglia, non posso. Cerca di capirmi, non ho più parole intelligenti per andare avanti”
“Dai brutto bastardo” dice eccitata “fai qualcosa”.
“La scrittura è limitata alle parole e alle frasi e qui c’è un grande limite..”
“Lo stai facendo apposta vero? Stai giocando solo per farmi arrapare di più..”
I. si allontana straniato per ciò che sta accadendo.
“ E allora continua a scrivere, cazzo! Ormai ti sei fissato con le tue storie. Vai a fare l’amore con loro e i con i tuoi personaggi e lasciami perdere!” Gli urla dietro mentre lui si allontana.
La scrittura non poteva più star dietro all’immaginazione e ai sentimenti che provava.
“Pazzo e stronzo che non sei altro” alzandosi per prendere le sigarette, “almeno abbracciami” e ancora tremante con la mano raggiunge il pacchetto e l’accendino. E prima di riuscire ad accendere una sigaretta, ne rompe due, per la carica erotica inespressa del corpo.
I. la prende da dietro abbracciandola per la pancia tanto accogliente.
“Ma cosa ti succede? Hai ansia da prestazione? Lo sai benissimo che con me puoi prenderti tutto il tempo di cui hai bisogno e non importa se raggiungi l’orgasmo prima di me ”
“ è un problema linguistico, credimi” scuote la testa “perché è così difficile spiegare come stanno davvero le cose” pensa tra sé e sé.
“ Sei diventato impotente?”
“ No, non credo, così d’improvviso, ho solo 25 anni, spero che accadrà il più tardi possibile, anzi mai ! E non me la tirare.” Con la mano fa le corna in un gesto scaramantico.
“Allora non ti piaccio più?”
“ Mi piaci anche troppo, è la scrittura..”
“ Allora hai un’altra!” dice aggrottando la fronte e poi in una smorfia di terrore “Sei gay?”
“Niente di tutto questo, te lo ripeto per l’ultima volta, mi mancano le parole per andare avanti…”
“E allora stai zitto! Da adesso in poi prometto che non ti chiederò più di prendermi a parolacce mentre facciamo l’amore! Giuro.
Fai solo suoni e rumori oppure ansima. Non devi per forza parlare, se è questo che ti affligge”
“Si hai ragione. Ma sei vuoi tentare un’opera d’arte, un linguaggio devi pur utilizzarlo” “è una roba più grande di entrambi” “Lascia stare”
“Ti odio”
“ E io ti amo”

“Vuoi davvero sapere come stanno le cose? E va bene, ti accontento.
Le parole popolari come: “cazzo” , “fica” o “fregna” non funzionano nei miei racconti. La prima deriva dal cazzotto e io tra le gambe non ho un pugno picchiatore e la altre due sono dispregiative.
Per non parlare poi di “pene” o “vagina” appena le si pronunciano sembra di diventare una scienziata cattolica con la puzza sotto il naso e gravi problemi psicologici, sessuali e affettivi. Senti come ti si stringono le labbra
in una smorfia di superiorità mista a disgusto.
Poi smentiamo questa cosa definitivamente, nessuno tra noi coltiva ne piselli e neppure patate sul suo corpo.”

“E io ora non posso andare avanti nello scrivere il racconto”

Alice non lo sta ascoltando ma nella sua testa echeggia l’ultima frase e scocciata risponde: “Ti complichi troppo la vita. La tua dannata scrittura ti sta portando fuori di testa, siamo qui, siamo fatti di carne! E tutto questo gran casino soltanto perché non ti ho aiutato con i racconti?” continua trattandolo come uno scemo: “D’accordo vuoi sapere che cos’è per me l’arte? Performace e vita. Abbiamo già tutto a nostra disposizione. Arte e vita sono la stessa identica cosa. Il mio unico compito qui è prendermi cura della bellezza.”

Ora I. ha la testa appoggiata tra i suoi seni abbronzati. Rimane incantato ogni volta nel guardarla: la pelle dipinta di un bianco lunare, il mento sempre inclinato leggermente verso l’alto in segno di aristocrazia e le palpebre che come un velo di disincanto calano sui suoi occhi.
E poi sa nuotare come un pesce.
E lui ama il mare

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