PICASSO

PICASSO

INTERVISTA IN-POSSIBILE

“PICASSO”

Un uomo di spalle, imperioso e scocciato era rivolto verso una finestra spalancata ma sembrava non guardare fuori alla finestra. Aspettava impaziente immerso in sé stesso con il capo che seguiva una diagonale verso l’alto a sinistra. Tutto incorniciato in uno studiolo di legno scricchiolante e fuori si sentivano i vapori le nubi e l’umidità di una città del nord Europa.
P – “Ti aspettavo. A me non piacciono i ritardatari, ma questa volta accetto le tue scuse.”

Indossava uno di quei costumi delle feste spagnole, folcloristici, ed un cappello che sembrava quello di Napoleone Bonaparte.
Si avvicina curiosamente a quell’uomo di spalle, un animaletto magnetico porgendogli una scatola di cioccolatini. Una di quelle scatole divise a loro interno in scacchiera, in cui ogni quadrato contiene un cioccolatino diverso. Sapeva che gli sarebbero piaciuti, dopotutto ne andava matto. L’avrebbe ricomprato con così poco!

P – “Ma perché c’è bisogno di un orario per incontrarsi anche qui?” chiese con un’aria falsamente stupita e incredula.
P- “Stai scherzando?! E come puoi viaggiare nel tempo, incontrarmi, senza sapere neppure da dove sei partito? Passiamo a domande più interessanti”
I- “Mi insegni a disegnare?”
P – “ Impossibile”
I – “ ..E perché?”
P – “Bhè, è come se dovessi insegnarti a respirare. Lo si fa e basta.”
I – Allora come fai quei disegni a linea pura, così belli? Pensi a qualcosa? Hai un obbiettivo?
P – “Guarda, è semplicissimo! Allo stesso modo in cui stai scrivendo o leggendo ora. Segui la tua verità. Vieni che disegniamo assieme”

C’ era una meravigliosa lavagna trasparente difronte loro, era apparsa ed era lì già da molto tempo, bianca latte. E Picasso si divertiva insieme al suo giovane amico a riempirla di meravigliose linee, nette e scure, color nero profondo.

I – “Ma il gesto?”
P – “Sei tu che segui il gesto. Il trucco, se così posso chiamarlo e non quello posticcio delle donne, è avere una mano ed un braccio senza resistenze. Conduttori.
I – “Come il filo di rame nelle pile?”
P – “Esatto. La lampadina è l’opera compiuta. Il problema che meccanicamente ti poni è questo: cosa disegno o dipingo all’interno di questa superficie?
Prova invece a porti quest’altra domanda: cosa mi piacerebbe mostrare? Oppure cosa vorrei scoprire e svelare?” “ e lo puoi fare con qualsiasi mezzo a tua disposizione”

I – “Preferivi dei materiali?”
P – “Sono sempre stato un grande mangiatore di vita. Per paura che qualcosa potesse sfuggirmi dalle mani, la mettevo su tela o creavo qualcosa di nuovo”
I – “Non ti sei mai preoccupato di non essere capito o che non piacesse ciò che producevi?”
P – “ A dire la verità no. Non mi interessava più di tanto l’opinione altrui. L’importante per me era il gioco, questo movimento trasformativo della realtà, della vita in arte. Il “bello e il brutto” e ancor di più il piacere verso un oggetto in rarissimi casi li dettano una pulsione interna all’individuo.
È il gusto, facile, di una precisa epoca. Moda.
E ciò che ho fatto è stato semplicemente scardinare qualcosa di stantio. Senza volerlo a tutti i costi. Cera una porta brutta e vecchia ed io volevo andare oltre, vedere al di là da essa. L’ho scardinata. La porta è rimasta per terra ed io sono entrato nell’altra stanza camminandoci sopra. La porta chiusa è la tradizione non tradita. Il ripetersi del già visto. Lo stile recitato”
I – E come conoscevi l’altra stanza…? “ e prima che potesse finire la domanda già il pittore malaghese stava rispondendo, a volte le risposte arrivavano prima delle domande. Intuito? O si erano invertiti i ruoli ? Le domande ora sono risposte a risposte che sono domande?.
P – “C’ era la porta..”
I – “Ho una curiosità. Qual era il tuo rapporto con le donne?
P – “Hanno sempre parlato male di queste storie. Ma non sono assolutamente d’accordo. Sono punti di vista. Le ho amate tutte. Forse troppo ardentemente. E quel fuoco bruciava e sembrava gelosia. Se posso darti un consiglio: “ amale senza riserva, non pretendere qualcosa indietro, dai, donati e Prendi tutto ciò di cui hai bisogno.”
I – “Tornando al lavoro, come ti sei fatto ad imporre?”
P – “ Bhè, non è stato difficile, avevo un’incredibile quantità di quadri alle spalle. Ed ero al momento giusto nel luogo giusto.”
I – “Rubavi?”
P – “No” risponde convinto e senza che passasse un istante “Si” ancora più sicuro.
“Provavo un’immensa ammirazione per taluni quadri e pittori. Che l’unico favore potessi fare loro era renderli più visibili agli occhi dei contemporanei.”
“ e un po’ rubavo” senza dare la minima importanza a quella parola che non era mai suonata tanto buffa.
“ è difficile dar forma al piacere se hai già tutto progettato. Non sei mica tu a dipingere. Ogni bozzetto e la sua continua costruzione e ricostruzione erano opere d’arte ognuna. Ma avevo bisogno di mentirmi a volte. Non volevo concludere un’opera in pochissimo tempo. Avrei potuto. Ma a me piaceva continuare a giocare con le forme. E poi è molto bello dare importanza a taluni lavori più che ad altri.”
I – “Prima che vada via, mi daresti un consiglio”. E lo disse con un tono di voce basso e rotto, dispiaciuto dal fatto di non poter continuare ancora a lungo la conversazione; si sentiva spossato e il mondo intorno sembrava iniziare a sbiadirsi, perdere di definizione.
P – “ Lascia che sia la mano a guidarti. Lascia che sia la vista a guardare Non ti opporre al lavoro, unico luogo dove puoi essere davvero libero”
I – “ e… per entrare nel marcato?” frettolosamente cercò di afferrare tutto il possibile con un’ultima domanda
P – “Crea il bisogno. Tutti dovranno avere bisogno di te così come di Picasso. E l’unica maniera è produrre tantissimo e vestirsi bene.

I due si salutarono con un inchino. Dopo essersi dati un appuntamento il giorno seguente alle 21.00.
Tornando verso casa tutto aveva un sapore strano. Un Picasso che aveva un’incredibile esigenza di insegnare come fosse un maestro zen, chiacchierone, il tutto intriso di una serie di limiti, menzogne, buonismi e perle di saggezza.

 

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